PAOLO BERNINI

È una lunga storia.
Penso di avere sempre fatto fotografie.
A volte solo immaginate.

Avverate nell'immagine di un'idea.

Da sempre guardo attraverso una macchina fotografica,
che sia un banco ottico o una mirrorless,
con la pellicola o con i sensori digitali.

Cerco le vite.
Anche in una casa abbandonata. Forse soprattutto lì.

In quella vita nascosta, un’intimità non perduta
che la fotografia prova a rivelare.

 

Espongo e lavoro in tutta Italia.

Di terra

ZTL Pomarico Vecchia

Giardini | Gallery 2

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Via Crucis

Il linguaggio che sposta che muove che sfuoca, ricolloca e disloca ogni sedimento mentale
ma anche emotivo, sia che l’operazione venga svolta su un materiale prelevato da un contesto abitudinario (es: il luogo dove si vive e lavora) sia che provenga da un altro luogo visitato,
nel nostro caso Roma, la città eterna. Il progetto di Paolo Bernini, fotografo suzzarese, partendo da questo presupposto intende andare alla scoperta di ciò che nel paesaggio è rimosso.

Partendo da Roma egli sa trovare quella distanza che gli permette di individuare una propria strada per scavare oltre la storia di un luogo, alle origini di un’identità.

Le nuove tecnologie offrono a noi tutti possibilità di comunicazione insperate fino a qualche tempo fa ma trascinano con sé, sotto un manto euforico, quel processo di omologazione di pasoliniana memoria, che spesso ci mette a disagio fino all’impotenza, alla perdita di qualsiasi senso, facendoci trovare funzionari di uno sviluppo incontrollato della tecnica, come direbbe Umberto Galimberti. Oppure, al contrario, siamo spinti a reagire con un delirio di onnipotenza i cui effetti catastrofici sono davanti a tutti.

Ripensare dunque alla nostra relazione col mondo è lavoro di tutti e diventa imperativo per Bernini che , fotografando, sa di confrontarsi con modelli e tradizioni d’immagine, con linguaggi di messa in codice che hanno riflettuto, in diversa maniera sull’ enigma dell’ “esserci” in relazione soprattutto al proprio ruolo di costruttore d’immagini, veicolatore di senso, artista.

Le fotografie “romane”, ottenute attraverso un rimontaggio in camera oscura del negativo che viene tagliato sminuzzato ridimensionato, dichiarano un evidente legame con operazioni analoghe che le avanguardie del primo novecento (dadaismo, surrealismo) ci hanno offerto riproposte oggi soprattutto dai linguaggi della pubblicità, e che possiamo genericamente raccogliere sotto il nome di fotomontaggi. Ma che tipo di riflessione opera Bernini sul fotomontaggio, dopo aver dichiarato
i propri debiti a un Man Ray ed anche ad un Hartfield? C’è sicuramente qualcosa di diverso.

Intervenire sul negativo per decostruire escludere avvicinare, rinunciare ad un’immagine “rubata”, significa rinunciare al proposito di catturare un’attimo fuggente per proiettarsi in un altro tempo.

Operazione mentale eversiva per definizione quella del ri/montaggio: c’è un ordine da cambiare, uno stereotipo da confondere e confutare, automatismi della percezione su cui intervenire.

È un modo per ricollocarsi in un contesto, per riattivare emozioni sclerotizzate da modelli

di fruizione di massa che supportano il mercato, il consumo e, per Roma, anche il turismo.

In alcune immagini che prendono spunto da monumenti e itinerari turistici consueti si fa
evidente il tentativo di “appropriazione”, da parte del fotografo di luoghi che si presentano estranei. Nella foto del Pantheon, ad esempio, l’immagine si libera da ogni facile referenzialità, al limite

ne ammicca, nello sforzo romantico,forse, di cogliere una prima visione, ritrovare cioè quel primo sguardo dove sogno e realtà si confondono e udire quella voce lontana che chiede:
- Vi è ancora qualcosa di nostro in ciò che creiamo? -.

Non vi è mai presenza umana nelle foto di Bernini perché gli uomini, con atteggiamenti abbigliamento e altro contribuirebbero a collocare storicamente tali visioni.

Il tempo in cui Bernini sembra volersi muovere è “in illo tempore” dove riaffiorano archetipi dell’inconscio, una intimità perduta ma non scomparsa che può ridare vita alle rovine
e ritrovare una Roma eterna.


Marco Panizza

La mostra raccoglie una selezione tratta dalle due precedenti mostre su Roma
e presenta l’ultima ricerca “Città della Vita-Roma”.

 

L’evento è stato realizzato presso la galleria Lupigiada di Roma

col Patrocinio del Comune di Roma.

Roma antologica

Frontiere

Flatland

 

Antonella Sissa, pittrice, si è formata all'Accademia di Brera dove ha studiato astrattismo.

 

Nelle fotografie realizzate per "libera/essenza" i dipinti di Antonella Sissa, indossati come
un abito, prendono vita nell'informale interpretazione di Paolo Bernini che ne esplora i colori sino a trasformarli e rivelarli in una nuova luce.

Liberalessenza

PAOLO BERNINI

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